FRANCESCO DE VIDO

BREVE PROFILO

UBìC-Riserva è un gruppo di cittadine e cittadini di Conegliano (TV) che si battono per la tutela della parte pubblica dell’area “Ex Fosse Tomasi”, un vasto spazio verde nel cuore della loro città. Già cave per l’estrazione dell’argilla, a partire dagli anni ’70 le dismesse “Fosse Tomasi” sono state riempite di rifiuti e usate come discarica di RSU fino alla metà degli anni ’80, quando la discarica venne definitivamente chiusa e i suoi rifiuti interrati. Negli ultimi 30 anni, complice la chiusura di questo spazio al pubblico, l’area ha vissuto un profondo processo di ri-naturalizzazione, che l’ha resa un’oasi verde unica nel suo genere nel tessuto urbano della città. Al suo interno vi è un laghetto, attorno al quale si sono sviluppate varie specie di vegetazione spontanea che hanno reso l’area dimora accogliente per diverse specie animali (lepri, volpi, faine, nutrie, fagiani, aironi cenerini, gheppi, germani reali, per citarne alcune).
Nel 2010 un accordo fra il Comune di Conegliano e il Liceo G. Marconi ha fatto sì che una porzione dell’area pubblica fosse data in affido a studenti e insegnanti del Progetto Metabolè, un laboratorio di sensibilizzazione ambientale della scuola secondaria di Conegliano. In questi dieci anni, studenti e insegnanti hanno contribuito alla piantumazione di più di 100 specie arboree autoctone, rendendo l’area un vero e proprio “Boschetto”. 
Un importante progetto di riqualificazione dell’annessa ex fornace mette ora a rischio il fragile equilibrio ricostituitosi negli scorsi anni, compromettendo un ecosistema prezioso venuto a crearsi all’interno della città e al tempo stesso al riparo da essa.

Il grigio oltre la siepe

Erano passati anni dal mio ultimo ingresso al “Boschetto”. L’università mi aveva finalmente dato la scusa per andarmene da Conegliano. Non riuscivo più a sopportare il provincialismo veneto, né quella atmosfera statica e pesante che normalmente si respira nei pomeriggi dell’estate padana. 

 

Finire l’università e tornare a casa mi ha fatto sentire come un aereo che non decolla. Passavo le giornate cercando di tenere allenati curiosità e spirito di osservazione, temendo che si abituassero alla monotonia di quello che avevo a lungo considerato come un luogo povero di stimoli. Cercavo piccoli segnali di cambiamento in una città che cambia poco. Avevo la sensazione di conoscerne a memoria le vie, i marciapiedi, le facciate delle case, i loro giardini, i cani che correvano ad abbaiare al mio passaggio di fronte al cancello.  E mentre in centro i negozi chiudono, ai margini della città sorgono nuovi centri commerciali e complessi di casette a schiera. 

 

Fu in uno di quei miei itinerari di quartiere che mi resi conto di quanto il Boschetto fosse cambiato. Percorrevo il nuovo tratto della ciclabile, inaugurato l’anno prima. La ciclabile attraversa trasversalmente la città, un corridoio di ghiaia pressata che aggira condomini e siepi evitando il traffico cittadino. Fu all’estremità del percorso, là dove si aprono i campi di gramigna e erbe spontanee, che rividi, dopo tanto, il “Boschetto”. Trovavo incredibile come quel piccolo laboratorio di ecologia avesse assunto le sembianze di un vero e proprio agglomerato verde. Uno spazio irregolare e curioso, uno squarcio disarmonico in quella trama di strade, capannoni e villette a cui l’occhio di noi coneglianesi si è ormai assuefatto da tempo.  

 

Le piantine che avevamo interrato nei doposcuola di dieci anni prima erano diventate tronchi, rami e chiome slanciate. Tutt’intorno, rovi e liane a poco a poco avevano connesso, avvolto, inglobato, unendo anche gli alberi più solitari in una siepe di enormi dimensioni. Solo i pioppi, che erano lì da molto prima delle nostre piantine, provavano a staccarsi in altezza dall’ammasso informe di verde che li circondava, incoronandosi sovrani di quella nuova foresta urbana.  

 

Mosso dal desiderio di ombra nell’afa della calura estiva, decido di attraversare il campo e avvicinarmi alla recinzione che separa il “Boschetto” dal resto della città. Sbircio fra i buchi della rete. Le cicale friniscono indisturbate. Un colpo di vento rompe la stasi del pomeriggio e, con essa, le chiome uniformi dei pioppi, che ora sembrano uno stormo di passeri o uno sciame argentato. Tutto quel verde, costretto fra le reti di recinzione della ex-discarica, sembra un’oasi di pace. Un luogo sottratto ai cambiamenti repentini dell’urbanità e dello spazio antropizzato.  

 

Aggrappato alla rete, immagino per un momento di essere io l’osservato. Sento su di me gli occhi del canneto e degli equiseti che stanno al limitare del laghetto, quelli degli alti steli d’erba, quelli degli alberi che c’erano già e di quelli che abbiamo piantato noi. Le querce, gli ontani, gli olmi, i pruni. Anche i cespugli e gli arbusti di cui non conosco il nome, anche i rovi e i rampicanti mi osservano. Mi guardano e si chiedono se ci sarà ancora spazio per loro nella Conegliano di domani. Da anni vedono la città cambiare, la vedono avanzare e sperano di non venire immolati in nome del progresso o di avventate riqualificazioni. 

 

Da anni si discute della costruzione di un grosso complesso commerciale con tanto di grattacielo nell’area su cui oggi sorgono i ruderi dell’ex Fornace, a quattro passi dal nostro “Boschetto”. Io mi chiedo perché debba essere così, cosa ce ne faremo di un altro enorme scatolone di cemento armato in una città che non riesce a tenersi stretta i suoi giovani e la sua bellezza. Davvero vale la pena cancellare ciò che la natura ha ricostruito pazientemente in oltre tre decenni? Non era bastato riempire di rifiuti le vecchie cave di argilla della fornace, condannando uno spazio che già da sé si era ri-naturalizzato allo status di sito inquinato, inaccessibile e potenzialmente pericoloso?  

 

Davvero non vogliamo provare ad immaginare qualcosa di diverso per la nostra città, per chi verrà dopo di noi? Non è forse il “Boschetto” – di cui i liceali coneglianesi si sono presi cura negli ultimi dieci anni – un bene comune? E in quanto tale, non dovrebbe spettare a tutti noi il diritto di poter dire la nostra su cosa vorremmo per esso? 

 

Nell’afa dell’estate coneglianese io me ne sto aggrappato a quella rete, ripetendomi in testa le stesse domande. Vorrei che gli alberi del “Boschetto” parlassero. Vorrei che si incazzassero, che dicessero che così non si può andare avanti, che la città, noi, gli animali, tutti hanno bisogno di loro. Vorrei che marciassero per le strade, bloccando il traffico e gli automobilisti nervosi. Vorrei che arrivassero nella piazza del municipio, a chiedere udienza al Sindaco. Vorrei sentire cos’avrebbe da dire in sua difesa, allora. Vorrei sapere quanto piccolo si sente quell’uomo di fronte a quei giganti verdi, guardiani resistenti della natura in città.  

Invece dal di là della rete non arriva che una lieve brezza che mi rinfresca il volto. Un dono prezioso in quel torrido pomeriggio d’estate.