BARBARA DE CESARE

BREVE PROFILO

Sono presente ed attiva in varie associazioni e comitati cittadini che operano per la tutela e la difesa del verde urbano. Sono appassionata di “bird watching” in città ed ho scritto alcuni articoli per riviste specializzate in materia. Utilizzo il disegno e le visualizzazioni grafiche per veicolare e rendere in modo più efficace i messaggi relativi ad una corretta gestione del verde urbano ed ai rischi derivanti dalla sottovalutazione del problema della conservazione e della manutenzione del verde pubblico.

Gli Alberi salveranno la Terra, ma chi salverà gli Alberi?

Sappiamo ormai tutti che le piante sono e devono essere considerate esseri viventi, intelligenti e senzienti, capaci di entrare in relazione tra loro e perfino di provare emozioni o dolore, di scambiarsi informazioni utili per la sopravvivenza, di difendersi in modo brillante dalle aggressioni esterne e di reagire con vigore anche agli attacchi dell’uomo. Così, perfino in un mondo come il nostro, malato di una di velocità che crea dipendenza, l’espressione “essere un vegetale” non può più essere intesa con accezione negativa, giacché le piante, pur nella loro immobilità, hanno sviluppato tecniche di elaborazione e di trasmissione dati e una capacità di controllo, di difesa e di adattamento, decisamente sorprendenti.

Sappiamo bene quanto esse siano indispensabili non solo alla nostra sopravvivenza, in riferimento al loro aspetto strettamente funzionale, ma più in generale alla nostra qualità della vita, garantendoci salute psicofisica ed effondendo Bellezza.

Ma ora che lo sfruttamento irrazionale delle risorse del nostro pianeta ci ha portato quasi a un punto di non ritorno, assistiamo impotenti all’intensificarsi di fenomeni atmosferici estremi di una tale violenza, che spaventa per l’impossibilità di una difesa efficace. Così nel momento stesso in cui siamo giunti a sancire l’importanza vitale delle piante per gli uomini e per la terra, ecco che si è elaborata una Strategia di difesa dai mutamenti climatici in atto, che ha però i connotati di un attacco in particolare ai grandi alberi, che di colpo sembrano costituire solo un pericolo. 

Tale strategia propone infatti la riqualificazione e il rinnovo del verde urbano secondo un programma di “abbattimento e sostituzione” che vede la rimozione quasi sistematica delle alberature datate e di grandi dimensioni che siano ubicate nei luoghi più fruiti; dove quasi sempre il rischio è giudicato inaccettabile e da eliminare con urgenza, senza neanche tentarne una possibile riduzione. L’accoppiamento dei termini serve come placebo a far passare l’idea che niente si danneggia perché tutto si rimpiazza. Invece, non solo la foresta urbana esistente perde così i suoi elementi più qualificanti, ma la sostituzione reale delle piante eliminate, attecchimento permettendo, sarà ritardata di vari decenni. Resta il vuoto di bellezza naturalistica, la perdita del valore identitario dei luoghi, l’assenza sul lunghissimo periodo di benefici ecosistemici apprezzabili. 

Nel tentativo utopico di raggiungere la sicurezza, si adotta un atteggiamento tanto precauzionale quanto cieco, che vuol difendere dal rischio di schianti eventuali, ma non prevede i pericoli e danni certi per la salute dell’ambiente e dei cittadini, sul breve e lungo periodo, insiti nel rimedio scelto. Nella fretta della proattività, si è dimenticata l’importanza della Cura.

Ripiantare più alberi rispetto a quelli che vengono abbattuti non può pareggiare il crescente debito ecologico, a dispetto di ogni vantato rapporto di sostituzione; perché un albero maturo e un giovane impianto sono grandezze inconfrontabili e i bilanci arborei non possono ridursi a meri conteggi numerici. 

La Vetustà è un valore aggiunto e non è certo sinonimo di malattia o fine vita, ma di tenace capacità di reazione e di adattamento, di coraggio e saggezza. Questi solenni maestri di lentezza, silenti custodi della memoria dei luoghi, insegnano quella resilienza che si vuole ottenere piantando invece alberi giovanissimi; quando sappiamo invece che gioventù non è certo indice di longevità, ma piuttosto di precarietà. 

Ogni Albero Antico dovrebbe essere un inestimabile bene da custodire, invece lo spettro di turnazioni frequenti può far sparire dalla città proprio i futuri alberi monumentali.

La suddetta strategia utilizza un lessico che appare tendenzioso e fuorviante nella sua aura di positività, poiché non v’è corrispondenza tra valore intrinseco delle parole e significato loro riassegnato. Infatti il rinnovo comporta abbattimenti e cambiamenti sia dimensionali che delle specie, e può condurre alla perdita delle piante di maggior pregio, talché la riqualificazione è nei fatti piuttosto un appiattimento e un impoverimento del paesaggio. La foresta urbana esistente e ormai adattata, rischia di scomparire a favore di giovani piantine frettolosamente sostituite, che hanno ancora tutto da imparare e che soprattutto dovranno anche reggere alle negligenze della piantumazione; e tutto questo viene chiamato riforestazione urbana. 

Ma il paradosso più eclatante è che a vent’anni di erudita distanza dalle conquiste del progetto Rete Natura 2000, la tendenza sembra essersi ribaltata; passando dalla finalità di conservazione a quella di un rinnovo obbligato e ad un’idea di riqualificazione troppo spesso intesa solo come svecchiamento anziché come cura. 

Ora però che il mondo ha paura, si assiste ad una convulsa e tardiva gara d’intenti green, e la strategia vincente per contrastare le emissioni di CO2 e salvare il mondo dai cambiamenti climatici, sembra essere quella di piantare alberi ovunque. L’Albero Killer torna ad essere un Supereroe.

Imperativo allora certo ricreare foreste future, ma urgente anche preservare dall’incuria e dallo spregio il patrimonio urbano presente, impossibile da recuperare nell’immediatezza; non si possono attendere troppi decenni ancora per sperare di invertire la rotta.

Piantiamo gli alberi che ci salveranno, ma non distruggiamo quelli che ci stanno salvando adesso. 

Se oggi non fossimo informati, avallare lo scempio di abbattimenti indiscriminati sarebbe solo un segno di insensibilità e di arretratezza culturale; ma poiché sappiamo, la colpa rimarrà ingiustificabile. La colpa di un sistema antropocentrico e chiuso, che non ha reale volontà di interrelazione con l’ambiente; che non riesce più a bastare a sé stesso senza essere distruttivo e che continua a rimanere sordo al grido della Terra.

Barbara De Cesare

Firenze